Mobilità Sommario numero 59 - 2008


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Ciao, Gil

di Antonio Tripodi

Un omaggio ed un saluto al regista Gil Rossellini, scomparso in questi giorni.

Gil Rossellini e Lisa Festa
Gil Rossellini e Lisa Festa

La sessantatreesima rassegna cinematografica di Venezia, “Biennale Cinema 2006”, aveva suscitato qualche delusione tra critica e giurati, al punto che, in conclusione, questi ultimi avevano trovato meritevole del Leone d’oro un’opera onesta ma non memorabile. The Queen, di Stephen Frears, non era un capolavoro assoluto, ma rivelava una notevole eleganza e aveva il pregio di dissertare con il giusto garbo di premier impacciati e di regine sul punto di essere travolte da isterismi mediatici.

Personalmente, nel corso di quella rassegna cinematografica, avevo apprezzato maggiormente un paio di documentari, modesti e girati con poche spese, che tanti film pretenziosi e multimilionari.

Uno di questi era L’udienza è aperta di Vincenzo Marra, un’opera ironica, girata nei tribunali napoletani senza attori professionisti, sui tanti problemi riguardanti l’amministrazione della giustizia a Napoli.

Il secondo era girato da un documentarista dal nome illustre che descriveva la sua personale tragica vicenda.

Quell’autore era Gil Rossellini, figlio adottivo di Roberto Rossellini e figlio naturale di Sonali Das Gupta, la moglie indiana per la quale Roberto aveva divorziato da Ingrid Bergman.

Il film si intitolava Kill Gil (Vol. II) ed era la seconda parte della storia di Gil Rossellini che, a seguito di una malattia causata da uno stafilococco aureo, prima andava in coma e poi finiva per sempre su una sedia a rotelle (vedi l’articolo “Leoni placcati e disabili autentici”, Mobilità n. 47/2006).

La disabilità documentata

Quella proiezione pomeridiana nella piccola Sala Volpi, neanche del tutto piena, era stata per me coinvolgente e traumatica.

Gil, con fredda pervicacia ma anche con ironia, aveva documentato personalmente le sue sofferenze. Ma quello che scorreva sotto i miei occhi non era solo il documento di un lungo calvario, era anche un grido di gioia di vivere, nonostante tutto, nonostante il dolore e le sofferenze mostrate impietosamente allo spettatore. Era una esaltazione della semplicità e della grandezza dei rapporti umani in condizioni di limitazione fisica e di sofferenza. Era, infine, una intelligente denuncia della condizione in cui devono vivere, in particolare in Italia, milioni di persone disabili.

All’uscita della sala di proiezione Gil era lì, seduto sulla sua carrozzina. Indossava un elegante abito bianco di buona fattura e, in capo, esibiva un bel panama. Forse era lo stesso vestito che aveva indossato nel corso della Biennale Cinema 2004, quando, come produttore del film La principessa del Monte Ledang (Puteri Gunung Ledang, di Saw Teong Hin), aveva sfilato orgoglioso in passerella. Questa immagine era ancora nella mia retina, carpita dal documentario che avevo appena visto. Adesso il volto di Gil, ancora gradevole, olivastro, come per una prolungata abbronzatura che però tradiva le sue origini indiane, era scavato dalla sofferenza della malattia, i cui segni più evidenti erano testimoniati dalla ampia medicazione che ricopriva quasi completamente la mano destra. Risultato di una recente operazione riabilitativa, anche quella testimoniata dal documentario.

Mi sono avvicinato al regista sperando di estorcergli una breve intervista per Mobilità. Mi concesse una breve presentazione, qualche parola. Poi, l’arrivo di un amico e il caloroso abbraccio che ne seguì, interruppe la conversazione. A quel punto, persa la speranza di riprendere l’intervista, recuperai dal suo agente i contatti per qualche altra occasione e andai via.

L’occasione si presentò circa un anno dopo, quando fui promotore dell’organizzazione di un cineforum con il servizio disabilità dell’Università Ca’ Foscari sul tema delle differenze. Il film di chiusura era proprio Kill Gil (Vol. II) . La presenza di Gil Rossellini, auspicata e voluta da noi tutti, fu in forse sino all’ultimo, a causa dei problemi fisici che ancora lo tormentavano. Alla fine Gil riuscì ad arrivare sebbene, a causa degli inconvenienti che sempre si legano agli spostamenti di una persona in carrozzina, giunse in sala solo alla fine del suo film, ma comunque in tempo utile per partecipare al dibattito.

Straordinaria umanità

Da quel momento tutti, in sala, percepimmo la straordinaria umanità di Gil Rossellini. Quella stessa umanità che Gil aveva delineato nelle sequenze dei suoi documentari adesso si poteva apprezzare direttamente nella sua voce pacata, sicura, sebbene bassa e un po’ roca per gli effetti della malattia. Gil spiegava, rispondeva alle domande con semplicità, senza l’ombra di retorica. Gil aveva la straordinaria capacità di apparire come uno dei tanti, uno di noi. La modestia di Gil faceva calare nel quotidiano l’eccezionalità delle sue esperienze legate, viceversa, a un contesto familiare, a un percorso artistico, personale e umano senz’altro fuori dall’ordinario.

Gil ribadì la sua straordinaria umanità nel corso della cena che seguì con gli organizzatori. Alla cena era ospite anche Lisa, una giovane ragazza che, a causa di un ictus, aveva avuto una esperienza per tanti aspetti simile a quella di Gil, ma dalla quale, a differenza del regista, ne era uscita abbastanza bene (vedi “La storia di Lisa”, Mobilità n. 45/2006). Dal dolore e dalla sofferenza Lisa era riuscita a far scaturire un libro: Sì, No, Miami. Anche questo accomunava i due. La penna o la telecamera, strumenti diversi, erano stati utilizzati per lo stesso scopo: far sgorgare il flusso di dolore spirituale, causato dalla sofferenza, per metterlo a disposizione del comune sentire e condividerlo con gli altri, per alleviarne l’intensità.

Gil rimase a lungo con noi tutti, fino a quando le forze glielo consentirono. Raccontò delle sue passate esperienze e delle sue ancora intatte aspirazioni, come quella di scrivere e dirigere un film: “un film vero” – disse – “non un documentario, un film come quelli che girava mio padre”.

Aveva invece promesso al suo pubblico, proprio in conclusione di Kill Gil (Vol. II), che avrebbe realizzato la terza parte solo quando avrebbe ripreso a camminare. L’ipotesi era oramai del tutto improbabile. Però Gil, ormai rassegnato all’idea di rimanere per tutta la vita sulla carrozzina, non aveva nessuna intenzione di abbandonare anche il sogno del seguito. “Visto che non posso fare il terzo volume, vorrà dire che realizzerò Kill Gill 2 e ½”, ci disse in quella occasione con un sorriso sbarazzino, come chi è riuscito ad aggirare l’ostacolo nella maniera più naturale possibile.

La terza parte della trilogia è stata poi effettivamente realizzata e il film di Gil Rossellini, Kill Gill 2 e ½, è stato presentato mercoledì 29 ottobre al Festival Internazionale del Film di Roma.

Ma alla proiezione non ha potuto assistere Gil Rossellini: le sofferenze e le vicende umane del regista si sono definitivamente concluse nella notte dello scorso 3 ottobre.